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Monteverdi's Last OperasA Venetian Trilogy$

Ellen Rosand

Print publication date: 2007

Print ISBN-13: 9780520249349

Published to California Scholarship Online: May 2012

DOI: 10.1525/california/9780520249349.001.0001

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(p.414) Appendix 8 Singers

(p.414) Appendix 8 Singers

Source:
Monteverdi's Last Operas
Publisher:
University of California Press

A. Poppea

“Idilio per la S.ra Cantatrice unica, ed insigne nel Teatro dellʼIll.mo Sig.r Gio: Grimani Rapre-sentante Poppea” (Udine, Biblioteca comunale, Fondo Joppi 496)

  • Qual Miracolo novo
  • Per glʼattoniti orrecchi
  • Entra e trapassa a instupidirmiʼl core?
  • Qual invisibil forza,
  • Qual ignota violenza
  • Trattandʼarmi canore
  • Mi vince i sensi e con catena dʼoro
  • Mʼavvinciglia i pensieri?
  • Chi fu, che la mia mente
  • Carcere di sé stessa
  • Dentro unʼinamorata meraviglia
  • Mentre tace ed ascolta,
  • Quasi riman sepolta?
  • Qual impeto Amoroso
  • Gli spiriti mi turba ondʼio rimango
  • Indiferente a i marmi? e son a punto
  • Ammirato, e immoto.
  • Allʼaltar dʼun bel volto appena si noto?
  • Aura glorificata
  • (p.415) Dal labro chʼa te sʼapre
  • Da la bocca gentil che si respira
  • Porta a glʼhabiti miei
  • Picciola parte almeno
  • De la soavità chʼin te ricevi.
  • E sʼami le armonie
  • Addaggiasi cortese
  • In bocca a la mia musa
  • Vieni, vieni a bearmi.
  • Per la bella Poppea compongo i carmi.
  • O come, o come a rimirar è vaga
  • Questa dolce sirena
  • Che per rendersi eterna
  • Ne le memorie humane
  • Adormenta lʼobblio.
  • Ella è sirena e mare
  • Ondeggia con la voce
  • E viene e va con musici riflessi,
  • Dʼalta dolcezza ad imitar i cori
  • Inamora col volto in cui rimiro
  • Negre lasciviggiar due ladre stelle,
  • E riconosco al fine
  • Che sʼusano anco in Ciel furti e rapine,
  • Gravi accenti ed accuti
  • Con diversi trapassi
  • Entrano per lʼudito in voci pure
  • Ed arrivar al cuor dolci punture.
  • Basse notte alte corde
  • Allʼalternar dʼinimitabil arte
  • Oprano sì che lʼuditor rapito
  • Al proprio cuor nel sen non trova sito.
  • I forti, i piani accenti
  • Confondendo in un canto Abbissi e Cieli,
  • Movon sontuose i petti semivivi
  • A palpitar se ben di cor son privi.
  • O come, o come, o dolce
  • Sentir le voci care ondʼella forma
  • Laberinti sonori
  • Chʼimplicando di gruppi
  • Il respirato vento
  • E carcerando lʼAria
  • In angustie canore
  • Con dolce Tirania
  • Dona, e tronca i passaggi allʼarmonia?
  • (p.416) Esce del bel rubino
  • Dellʼamorosa bocca
  • Quasi da Paradiso
  • LʼAngelico parto del caro labro,
  • Lʼadorabile voce,
  • E per linea diretta
  • Vene a ferir la diletosa piaga.
  • Lʼattonito auditore
  • E la bella cantante
  • Chʼin dolce melodie tradduce i fiati
  • Aspreggia falsi in modo
  • Liber gorghe nʼ guisa
  • Sviene e rinforza aʼ segno
  • Che lo stupor caduto e soprafatto
  • Dallʼoggetto mirabile e divino
  • Tessigliaʼl piacere
  • Col piagnere e tacere.
  • Moveʼlabro celeste
  • Se stesso a cominciar musici accenti,
  • E la divinità riddotta in lingua
  • Circondatta di perle
  • Movesi rubiconda
  • Vipereggiando in amoroso gesto
  • E la voce cantata
  • Si sdegna uscir da lʼamorosa bocca.
  • Lʼanima che lʼascolta
  • Non promette raccorla
  • Qual reliquia dʼAmore
  • Nel sacrario del core.
  • Cara voceʼl ciel vole
  • Che tu gemi invisibile, e se mai
  • Tua forma spiritual prendesse corpo,
  • Destituiti glʼaltari,
  • Abbandonati i tempi,
  • Vedriano pullular per ogni via
  • A te per te novella idolatria.
  • O il so sʼè così dolce
  • Quel labro ove in un punto
  • Inibriando lʼestingue
  • Quella voce beata,
  • Qual dolcezza sana in te lʼanima pura
  • Che la concesse e instilla
  • Allʼorgano lascivo
  • Del loquace coral chʼa noi la suona?
  • (p.417) Chʼinefabil principio,
  • Chʼorigine sublime ha la tua voce,
  • Pelegrina Amorosa?
  • Se il labro ove finisce
  • Tanto nettare stilla,
  • Tanta mana fluisce,
  • Son i principii tuoi più che divini.
  • Se son beati i fini
  • Quanta beatitudine dimora,
  • Ove tua voce nasce
  • Seʼl tuo morir di balsamo ci parve?
  • Se rimanesse impressa
  • Nellʼaria vagabonda
  • Di tua celesta voce alcuna imago
  • Volarebbero i giorni
  • A farsi luminosi
  • Del tuo cantar ne le sembianze belle
  • E lʼalto firmamento Rinegare le stelle
  • Insidiarebbe dʼimprimerti ed ornarti
  • Dʼaltri tanti ritratti
  • Della tua cara voce
  • Che viva oltre ogni stima
  • In nuda povertà di paragoni,
  • In penuria di titoli riddotta.
  • Attributi non ha non trova nomi
  • E come va invisibile de glʼocchi
  • Così va infigurabile da i carmi
  • E sì come non puòte esser mirata
  • Cosi ricerca indarno esser lodata.
  • Aria più non respiro,
  • Ma respiro armonie.
  • Chi beve ad una fonte
  • Limpida e cristallina
  • Vede apparir in lei la propria imago,
  • E mentrʼappressa il labro
  • A glʼondosi cristali
  • Perché beva lʼeffiggie su se stesso
  • E in un medesmo issa
  • La propria imago eʼl dolce fonte asuagge
  • Io respirar non posso
  • Se non ricevo entrʼ a miei propri fiati
  • Glʼaccenti tuoi, Poppea,
  • Che trascendendo ʼl nome de beati
  • (p.418) E tanto ti trasformi
  • Con affetto amoroso
  • Nel canto dilettoso
  • Che ʼl tuo canto a tua imago
  • E lʼambiente impresso ed arrichito
  • Di tue rare virtù,
  • Di tue bellezze insigni
  • Porta a respiri miei
  • Di virtù di beltà genuina gloria,
  • Ondʼin un fiato solo
  • Porto al cor mio per meraviglia attratto
  • Di te, bella Poppea doppio ritratto.
  • Non hò più caroʼl core
  • Come fonte di vita
  • Come sede dellʼalma
  • Ma sol come tabella in cui si pinge
  • Di così bellʼimagine lʼtesoro.
  • Luminoso tesoro
  • Che nel mezo a le tenebre del petto
  • Con vivace splendor sʼapre le vie
  • Ne gli è dʼhuopo di sole
  • Per fabricar a te medesmoʼl die.
  • Vivi, bella Poppea,
  • Anni in numero pari aʼ merti tuoi
  • Che vuol dir infiniti.
  • Viverà sopra i secoli venturi
  • Ne i Veneti Teatriʼl tuo bel nome,
  • Non stelle o bronzi o marmi,
  • Triviali strumenti
  • Di commun riccordanza
  • Esposti al tempo e sogiacenti a glʼanni
  • Ti mostreran bella a glʼocchi altrui.
  • Ma immortali memorie
  • Che son opre di Dio
  • Ma le vergate carte
  • Figlie deʼ sacri ingegni
  • Ma le glorie miei
  • Emule de lʼeterno
  • Del tuo nome gentil havran la cura.
  • Né mai tua pura edʼhonorata lode
  • Può soccomber a morte, o sepoltura.
  • Se transformar potessi
  • Questʼanima in inchiostro
  • Porrei fermar con oro
  • (p.419) Dellʼeccelse sue musiche le noti,
  • Acciò che tu cantando
  • Vedessi riverenti
  • Sotto forma dʼinchiostri i pensier miei
  • Tutti diretti a publicar al mondo
  • Che chi si tramortisce di dolcezza
  • Quando la bocca tua gorgheggia e canta
  • Di esser huom, dʼesser vivo indarno vanta.

B. Giulia Saus Paolelli

1. Fulvio Testi, Lettere, 1: 495–96; letter to Francesco dʼEste, Rome, 3 December 1633.

La Signora Paolella … canta isquisitamente, suona di spinetta, di liuto e di tromba in eccellenza; ha marito … è donna fatta e addesso porta buon nome. Si disse una volta un non so che dʼun tale Duca di Montalto e forsʼanche di alcuni altri, che non erano duchi, ma questo non ha a che fare col canto e non si mette a conto qui in Roma. Se V.A. ricerca una perfetta onesta nelle Sue cantatrici, non si volti a questo cielo. Qui le cantatrici si prendono qualche piacevole licenza, e moltissime dellʼaltre donne ancora, che non sanno cantare, diventano cantatrici in questa parte.

2. Vincenzo Nolfi, Descrittione de gli apparati del Bellerofonte di Giulio del Colle (Venice: n.p., 1642).

Signora Giulia Saus Paolelli Romana … [rappresentò] la regina Anthia … non sʼinoltra con descrittioni la penna poiché da tre anni in qua ha questa Patria con lʼhonore del suo soggiorno bastevol cognitione deʼ suoi talenti, e quel favor divoto che alla sua prima venuta rubbarno dolcemente i suoi sembianti e rare virtù a glʼanimi più nobili e qualificati, tanto va prendendo per giornata dʼalteratione, che posso dire glʼaffetti sollevarsi in ammirationi, e quasi toccar dellʼadorationi i confini …. (OSV, 418).

3. Panegirici, epitalami, discorsi accademici, novella, et lettere amorose di Ferrante Pallavicino (Venice: Gio: Battista Cester, 1652), 184–88; another edition (Venice: Turrini, 1652), 162–65. Letter no. 9: “Alla sig. Giulia Paulelli [sic] Romana. Per vaga cantatrice.” (The text is a collation of the two editions, paginated according to the Cester edition. Important points, such as references to various roles played by Paolelli, are italicized.)

Mentre a niuno è prohibito lʼadito neʼ Tempii, per esporre glʼosequi dʼanimo devoto alle Deità, chʼivi sʼadorano, non dovrete, o Signora, rimpoverarmi, come temerario, se vengo anchʼio, senza precedenza di cognitione, a tributare alla vostra virtù, i parti della mia ammiratione. Nel punto, in cui, lusingandomi lʼocchio, le apparenze di bellissimo theatro, mʼobligò allo stupore la soavità del vostro canto, stimai queglʼedificii, eretti, e regolati dalla vostra voce; perché sapevo, qualmente con molto minor concerto havea Anfione edificate le mura di [p. 185] Thebe. Ma suggerrirmi un pensiero, che anzi quelli erano apparecchi, ordinati a ricevere lʼharmonia deʼ cieli, cheʼ animata in voi era venuta ad honorare la terra. Glʼeccessi però del vostro merito mi necessitarono a rigettare questi concetti, mentre mi ricordarono che, se così soave fosse stata lʼharmonia di quelle Sfere, i (p.420) Dei non havrebbero havuto bisogno di chiamare colà su Apollo, e le Muse; acciocché con concertata melodia, accordassero i loro sconcertati voleri. Credetti bensì, che havrebbero volontieri le Deità suscitate nuove discordie, perché lʼoccasione di rappacificarle, attraesse al suo trono la dolcezza del vostro canto, per cui sarebbe trascurato Apollo, sarebbe negletta ogni musa. Ma confiderai, chʼi vanti delle vostre glorie, havrebbero in quella suprema magione generati nuovi contrasti, o di rivalità, o dʼinvidia. I vostri raggi seguir non possono ad altro, che ad abbruggiare [bruciare] anco in Cielo. Cessai ben sì di stupirmi nella simplicità di colui, il quale posto in non cale il fuoco, che ardeva la propria casa, attendeva al formare per suo compiacimento, delle altrui sregolate grida, un regolato concerto. Ecco moltiplicati questi tali, anche nel numero deʼ più saggi; mentre non evvi chi volentieri non permetta fomentati dalla vostra [p. 186] presenza glʼincendi nel proprio petto, pur che goda la melodia deʼ vosti canori accenti. Per questa parte pero giudicai mal collocata in voi la musica, come che suole esser compagna della medicina, onde Apollo dellʼuna, e dellʼaltra professione e Dio; anzi lei medesma tal hora serve di medicamento, come a morsi della tarantola in Puglia, et altri simili, e voi allʼincontro, cantando, ferite et uccidete i cuori. Quindi più ragionevolmente nel personaggio di Scilla, che in quello dʼArmida, dovevate farpompa delle vostre glorie, mentre anco quello nelle straggi di Roma, accompagnava la crudelta, con lʼHarmonia del canto.

E quali affetti (diceano tra sé stessi i miei pensieri) non si muoverebbero a pietà nel vedere le anime di chi vʼode, rapite già del vostro concento, hora essere strascinate in una veloce fuga, hora sospese in un sospiro, hora ristrette in un groppo di ben articolato passaggio, hora combattute dellʼordinanza di Musiche voci; hora finalmente tormentate in varie guise, mentre, e dʼimproviso si fermano, e impetuosamente si spingono, gravamente si liberano e precipitosamente si lasciano, sʼobligano in somma al seguito, di chi con variati artificij, ha per regola lʼesser sempre incostante et inquieta? Chiamarei queste [p. 187] pene, pene dʼInferno, se su vostrʼocchi, e nellʼudirsi i vostri soavi accenti, credessi possibile, il provar altro che delitie di Paradiso. Restai stupido, al vedervi cinta di fiamme, dalle quali si tramandavano ad ogni cuori intolerabili ardori; sapendo, che le Sirene sogliono viver nelle acque. Ma connobbi, che non meritava stupore, la vita miracolosa, di chi è un compendiato prodigio della natura, e dellʼarte. Giurai, che la constanza dʼUlisse havrebbe sicuramente ceduto a vostri soavi concenti ne i suoi legami, forano stati bastevoli ritegni, per impedire a chiunque ha senso, il correre volontaria preda del vostro merito. Chi già biasmò la Musica, condannarebbe hora sé stesso, come sacrilego nellʼoffendere i pregi della vostra Divinità, e chi ne vietò la professione, ritrattarebbe i suoi divieti per non esser empio contro tutto il mondo, nel privarlo della felicità, che si gusta in udirvi. Nella confusione di simili concetti fu absorta la mia mente, sin che mi trattene estatico la vostra Angelica voce; e per certo, se non rapito in estasi, goder potevo la melodia dʼun Angelo. Ho voluto notificarvi, o Signora, ciò che dʼimproviso pensai, perche possa annoverarsi tra le vostre glorie questo trofeo, dʼhaver [p. 188] aggiunto unʼIdolo a quelli dellʼAntichità, proponendo cioè per adorabile anco una voce. In più longa consideratione, oppressi gli spiriti dal vostro merito, non hanno havuta forza per palesare altri sentimenti, che di maraviglia. Questa finalmente, è il centro, in cui fermandosi col silentio, terminano le linee di quella penna, o di quella lingua, che volle ostendersi in lodarvi.

4. Le glorie della musica celebrate dalla sorella poesia Rappresentandosi in Bologna la Delia, e lʼUlisse Nel Teatro deglʼIllustriss. Guastavillani. (Bologna: Ferroni, 1640), 19. Five of the remaining fifteen sonnets in the same volume (far more than for any other figure) refer to Paolelli in the title role of Manelli and Strozzi's La Delia, which shared the Bologna stage with Ulisse in 1640. Others are addressed to Guastavillani, Monteverdi, Badoaro, Ferrari as theorbo player, and Maddalena (p.421) Manelli as Venere in Delia and Minerva in Ulisse, and there are two brief poems (the only non-sonnets) for Costantino Manelli (the Manelli's son) as Amore in Delia. Other relevant passages about the performance of Ulisse in Bologna include the following sonnets:

“Per lʼUlisse, Opera Musicale del Sig. Claudio Monteverdi” (p. 6):

  • Scioglie vela al gioir, se spiega un foglio
  • Claudio, che in mar canoro affetti scrisse.
  • Ah stanchezza non è, non è cordoglio,
  • Ma melodia, se sʼaddormenta Ulisse.
  • Non glʼincanta i sentieri al regio Soglio
  • Il suon, chʼa lʼalme una magia prescrisse;
  • Anzi placa Nettun lʼira, e lʼorgoglio,
  • Come se di Sirene il canto udisse.
  • A tender lʼarco arma dʼUlisse intatta,
  • Mentrʼei lʼincurva a sostener lo scettro,
  • Proci, la vostra man non ben sʼadatta.
  • Claudio, a cui ride il lauro, a cui lʼelettro
  • Sudan le pioppe, e i pini, oggi non tratta
  • Alcuno eguale a voi l'arco del plettro.
  • (Ber. Mar.)
“Per lʼUlisse, Dramma dellʼIllustrimo Sig. Giacomo Badoero, e Musica del Sig. Claudio Monteverdi” (p. 7):
  • De lʼltaco Guerriero il bel ritorno
  • Giacomo canti, e di tua Cetra al tuono
  • Tace il Cieco di Smirna, e ti fa dono
  • Del serto, che gli tende il capo adorno.
  • Claudio se già de le Sirene a scorno
  • Varco di Circe a lʼamoroso Trono
  • Lʼastuto Greco, deʼ tuoi canti al suono
  • Fermaria la sua prora ad Adria intorno.
  • Sʼi termini passo, chʼaltrui prescrisse
  • Meta del folle ardire Alcide il forte
  • Di veder vago, e di sapere Ulisse;
  • A voi passar la Fama è dato in sorte,
  • Ch'a le glorie di quegli ah non prefisse
  • Termine il Ciel, che sa domar la Morte.
  • (Clotildo Artemii)
“Per la Sig. Maddalena Manelli, Che cantò da Venere nella Delia, e da Minerva nellʼUlisse” (p. 13):
  • O Degna solo in quelle Scene, e in queste
  • Che silenzio ti lodi, e meraviglia,
  • Donna, il cui petto a lʼarmonia celeste
  • (p.422) Unʼaugelliera dʼangioli somiglia.
  • O se Pallade giri occhiate oneste,
  • O se fatta Ciprigna alzi le ciglia,
  • Sempre con giusta, e meritata veste
  • Forma di Deità da te si piglia.
  • Anzi che dʼogni Musico perfetto
  • Vincendo il suon, tu non difformi intanto,
  • Qual già Minerva, il riverito aspetto.
  • E senza perder di pudica il vanto,
  • Tu porgi, colme di maggior diletto,
  • Le dolcezze di Venere col canto.
  • (A.S.)

C. Anna Renzi

1. Giulio Strozzi, Le glorie della signora Anna Renzi romana (Venice: Surian, 1644), pp. 6–10.

Lʼazzione con la quale si da lʼanima, lo spirito, e lʼessere alle cose, deve esser governata dal movimento del corpo, dal gesto, dal volto, e dalla voce, hora innalzandola, hora abbassandola, sdegnandosi, e tornando subito a pacificarsi: una volta parlando in fretta, unʼaltra adagio, movendo il corpo hor a questa, hor a quella parte, raccogliendo le braccia, e distendendole, ridendo, e piangendo, hora con poca, hora con molta agitatione di mani: la nostra Signora Anna è dotata dʼuna espressione sì viva, che paiono le risposte, e i discorsi non appresi dalla memoria, ma nati allʼhora. In somma ella si trasforma tutta nella persona che rappresenta …. Padroneggia la Scena, intende quel che proferisce, e lo proferisce sì chiaramente, che non hanno lʼorecchie, che desiderare: Ha una lingua sciolta, una pronuntia suave, non affettata, non presta, una voce piena, sonora, non aspra, non roca, né che ti offenda con la soverchia sottigliezza; il che nasce dal temperamento del petto, e della gola …. Ella ha il passaggio felice, e ʼl trillo gagliardo, doppio, e rinforzato …. Ella va tacitamente osservando le azzioni altrui, e quando poi ha da rapresentarle, aiutata dal sangue, del quale ella e copiosissima, e dalla bile, che se le accende … mostra lo spirito, e valor suo appreso con lo studio delle osservationi fatte.

2. Abozzo di veraci lodi. Alla Signora Anna Renzi Cantatrice singolare, Idilio dʼincerto Autore (Venice, Surian: 1644), 47.

  • Ti conducesti al fine,
  • Pur nella stessa scena,
  • Sotto nome mentito
  • DʼOttavia Imperatrice,
  • Di tue gratie, e vaghezze
  • A far leggiadra, ed amorosa mostra.
  • Attione adeguata
  • A tuoi saggi costumi,
  • Al tuo degno, e honesto,
  • (p.423) E puro, e grave, e gratioso gesto.
  • E mentre fuori uscivi
  • Col tuo languido volto,
  • Pria, che snodasi il canto,
  • Con dolci ricercate
  • Deʼ sommessi sospiri,
  • Palesavi adʼognʼuno i tuoi martiri.
  • Poi cominciasti afflitta
  • Tue querele Canore
  • Con tua voce divina,
  • Disprezzata Regina,
  • E seguendo il lamento
  • Facevi di dolore
  • Stillar in pianto, e sospirar Amore.
  • So benʼio, che se vero
  • Fosse statto il cordoglio,
  • E lʼhistoria funesta,
  • Alla tua voce mesta,
  • Alle dolci parole, ai cari detti.
  • Sì come i nostri petti
  • Colmaro di pietade, ah so benʼio,
  • Neron sʼhaverebbe fatto humile, e pio.
  • Al tuo sommo valor palme immortali,
  • Si videro produr, Anna, le scene,
  • E parean le rivali
  • Di tue virtuti emulatrici belle
  • appresso al chiaro sol picciole stelle.
  • Soprafatta dal sdegno
  • Contro lʼempio marito
  • Per satollar col sangue
  • Di Poppea tua nemica
  • Tue giustissime brame,
  • Commettesti ad Ottone,
  • Chʼera suo fido Amante,
  • Per sua cattiva sorte
  • Con le sue proprie man la di lei morte.
  • Quella voce imperiosa,
  • Che con grave sembiante
  • Essercitava un barbaro talento,
  • Parea che a noi medesmi
  • Lʼannuntio del morir anco apportasse,
  • Ma con tale dolcezza,
  • E tanta tenerezza,
  • Chʼanco recava aita,
  • (p.424) E quella morte al fin era la Vita.
  • Ecco in esilio, ahi lasso,
  • Al mar volgesti il passo,
  • E mentre in cavo pino
  • Dallʼimpero marino,
  • Acceso quasi dʼamorose fiamme,
  • Eri abbracciata, e colta,
  • LʼAnima nostra sciolta
  • Dal legame vital pur ti seguia
  • Che in perigliosa via
  • Non si stancava mai
  • Del tuo giorno seguir la luce, e i rai.